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giovedì 17 giugno 2010

Il "bearbaiting" e le origini del male

Da quel vecchio bilioso che sono, non posso nascondere che detesto parecchio gli esseri umani. Sì, sanno essere creativi, geniali, talvolta generosi e magnanimi, persino eroici. Ma più spesso sono - anzi siamo: non ho facoltà di dimettermi dalla specie neanche volendo - meschini, egoisti, ignoranti, violenti, codardi, disonesti, soprattutto sadici. Esagero? Non credo. Leggiamo insieme questo breve estratto da un vecchio libro di Desmond Morris, intitolato Noi e gli animali (pag. 103-104). Vi si parla di svaghi urbani nella "civilissima" Inghilterra, durati fino al XIX secolo:
Le più popolari [esibizioni venatorie urbane] furono i combattimenti con tori e orsi, nei quali le prede legate venivano tormentate da cani. Un passo tratto da un volantino che pubblicizza un evento del genere a Londra presenta con grande vivezza l'atmosfera di quelle occasioni: «Informiamo tutti i gentiluomini, i giocatori, e altri, che questo lunedì si disputerà un incontro di due cani... contro un toro, al prezzo di una ghinea; e parimenti li si aizzerà contro un torello alla sua prima esperienza di combattimento; e un toro sarà lasciato libero mentre esplodono i fuochi d'artificio; anche contro un asino infuriato verranno aizzati cani, e ci saranno vari combattimenti di cani contro orsi e tori, e un cane verrà lanciato su fuochi d'artificio. L'inizio è fissato per le tre in punto».
Erano spettacoli apprezzati dal popolino come dalla famiglia reale. Elisabetta I li faceva allestire per intrattenere gli ambasciatori in visita. Non venivano considerati atrocità degne del volgo più grossolano, bensì normali passatempi per divertire la gente. Si davano addirittura istruzioni ai sindaci come se organizzarli e controllarne la regolarità rientrasse nei loro doveri d'ufficio. Nel registro comunale della città di Leicester si è trovata una disposizione in base alla quale «Nessun macellaio ucciderà un toro da vendere all'interno della città prima che abbia combattuto». Bisognerà attendere fino al diciassettesimo secolo perché finalmente si levino delle voci contro questo surrogato di caccia urbana. Samuel Pepys scrive nel suo diario d'aver accompagnato la moglie a vedere i tori assaliti dai cani, «ma è un divertimento molto volgare e grossolano». (...)
Ma nonostante le proteste sollevate da personaggi illustri, il massacro urbano doveva continuare fino al diciannovesimo secolo, quando nel 1835 una legge del Parlamento ne sancì l'illegalità. Gli oppositori sostennero che l'abolizione dei combattimenti fra animali avrebbe «portato a un indebolimento del carattere nazionale, che avrebbe fatto perdere alla Gran Bretagna la sua alta considerazione nel mondo», ma nonostante le proteste la legge fu approvata. A poco a poco questo genere di svaghi cruenti cominciò a sparire in tutto il mondo.
Per fortuna, aggiungerei! Tuttavia Desmond Morris, da quel grande autore che è, preoccupato di informare piuttosto che di suscitare orrore nel lettore, racconta i fatti in modo troppo soft. Manca di descrivere apertamente l'inutile e sadica agonia alla quale le vittime animali dell'ignobile "divertimento", per esempio gli orsi, venivano sottoposte. Lo fa, invece, in modo conciso ma efficace, una strana pagina web che, sia pur mescolando insieme in modo del tutto improprio gli spettacoli basati su torture ai danni degli animali con la condizione di privazione dei figli, imposta dai tribunali a molti padri divorziati, riporta una descrizione precisa del crudele trattamento che gli orsi subivano negli spettacoli di Bearbaiting ("persecuzione dell'orso"). La cronaca seguente proviene dal Pakistan, dove l'odiosa forma di spettacolo continuò anche dopo che in Gran Bretagna fu proibita:
Gli orsi, dopo essere stati portati via dal loro habitat, vengono privati delle zanne per mezzo di tenaglie senza nessuna forma di anestesia, nulla per fermare l'emorragia, nulla per combattere le infezioni. Anche gli artigli vengono strappati via allo stesso modo, lasciando l'orso completamente indifeso. Gli orsi inermi sono ora incatenati a un palo e vengono dilaniati dai cani da combattimento, mentre migliaia di spettatori acclamano eccitati. Senza denti o artigli un orso deve lottare per la vita contro questi cani feroci. Alcuni di questi orsi sono costretti ad affrontare numerosi combattimenti in un solo giorno, contro solo pochi cani per volta. I loro musi vengono fatti a brandelli e le orecchie maciullate. Si racconta che gli orsi più giovani urlino come bambini, a causa del tormento che sono costretti a sopportare. Alcuni orsi nascondono la faccia a terra e cercano di coprirsi come possono con le zampe, mentre la folla delusa fa "buuuu", perché l'orso non sta cercando di combattere. Essendo strettamente legato, l'orso non ha modo di sfuggire all'assalto portato con le zanne e le unghie. Le ferite al volto possono essere orrendamente tormentose, per non parlare dello sfiguramento.
Non ho riportato questo brano per fornire un sadico motivo di curiosità ai miei rari lettori, ma per suscitare uno shock emotivo. Voglio che l'essere umano diventi consapevole di quanta crudeltà e sadismo alberghino ancora nel suo animo, pronti a esplodere alla prima occasione, scalzando via in un attimo la patina di civiltà faticosamente costruita nel corso dei secoli, grazie a un lento processo di presa di coscienza collettiva.

Le leggi che difendono oggi i più deboli, garantendo diritti inviolabili all'uomo, al prigioniero di guerra e persino agli animali, sono il frutto di avanguardie di illuminati, che hanno dovuto a lungo combattere contro masse retrive e ignoranti e contro i poteri conservatori. Non dimentichiamo che ancor oggi il Vaticano - icona ed emblema del potere conservatore che sopravvive ai millenni - rifiuta, con inconcepibili motivazioni, di sottoscrivere la carta dei diritti delle persone con disabilità e la proposta di depenalizzare l'omosessualità in tutto il mondo.

Ancora lunga, e non so se destinata al successo o al fallimento, è la strada che porterà gli esseri umani a dominare in modo finalmente soddisfacente quel fondo di violenza belluina e dissennata, di pura malvagità, che in mille forme diverse alberga nei nostri cuori e nei nostri visceri. Una cosa so con certezza: l'essere umano non è affatto "buono", come pretende invece certa morale religiosa ad uso dei bambini e dei semplici (Benedetto XVI: «C’è un solo principio, il Dio creatore, e questo principio è buono, solo buono, senza ombra di male. E perciò anche l’essere non è un misto di bene e di male; l’essere come tale è buono»). Il "male" non è una tentazione che viene dall'esterno né il frutto di un "peccato originale" compiuto da mitici progenitori, ma qualcosa di profondamente radicato nei nostri geni, che origina dalla nostra natura scimmiesca e, forse, dalla nostra stretta parentela con un'altra specie all'occorrenza violenta e sanguinaria: quella degli scimpanzè.

1 commento:

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