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venerdì 18 giugno 2010

Discorso sul divieto di mangiare carne di suino, i tabù religiosi, il sacro e la spiritualità del futuro

Non c'è miglior modo di far durare nel tempo un divieto o una prescrizione, che collegarla al sacro timore instillato negli uomini dai comandamenti religiosi. Ne è una prova evidente il divieto di cibarsi di carne di maiale, ancora oggi ben vivo nell'islamismo e nell'ebraismo. Per gli ebrei, vale quanto è scritto in Levitico 11, 7-8:
Il porco, perché ha l'unghia bipartita da una fessura, ma non rumina, lo considererete immondo. Non mangerete la loro carne e non toccherete i loro cadaveri; li considererete immondi.
Lo stesso concetto è ripetuto, con parole appena differenti, anche in Deuteronomio 14,8. Per i musulmani, invece, fa fede quanto dice la Sura II, 173, del Corano:
In verità vi sono state vietate le bestie morte, il sangue, la carne di porco e quello su cui sia stato invocato altro nome che quello di Dio.
Il divieto religioso, in una religione ben viva, può essere facilmente portato alle estreme conseguenze, come testimonia quel passo del Secondo Libro dei Maccabei (6, 18-30), che narra della morte di Eleàzaro, o Lazzaro, ucciso perché non si piegò all'imposizione di mangiare carne di maiale, voluta dal re seleucide Antioco IV Epifane:
Un tale Eleàzaro, uno degli scribi più stimati, uomo già avanti negli anni e molto dignitoso nell'aspetto della persona, veniva costretto ad aprire la bocca e ad ingoiare carne suina. Ma egli, preferendo una morte gloriosa a una vita ignominiosa, s'incamminò volontariamente al supplizio, sputando il boccone e comportandosi come conviene a coloro che sono pronti ad allontanarsi da quanto non è lecito gustare per brama di sopravvivere.
Lo scriba avrebbe potuto salvarsi. I carcerieri gli avevano infatti offerto di fingere soltanto di compiere quell'atto giudicato immondo. Ma Eleàzaro sapeva di non poter scendere a compromessi con Dio, cioè - per dirla in termini più moderni - con la propria coscienza, segnata dal senso di colpa e di paura instillatogli dal tabù religioso di mangiare carne suina:
... anche se ora mi sottraessi al castigo degli uomini, non potrei sfuggire né da vivo né da morto alle mani dell'Onnipotente. (...) Il Signore, cui appartiene la sacra scienza, sa bene che, potendo sfuggire alla morte, soffro nel corpo atroci dolori sotto i flagelli, ma nell'anima sopporto volentieri tutto questo per il timore di lui.
Al giorno d'oggi, anche i credenti più fervidi, contaminati, per così dire, dall'influenza del razionalismo scientifico, cercano una spiegazione antropologica, da affiancare quanto meno alla mera prescrizione religiosa. Il sapere comune ha però completamente smarrito la conoscenza della ragione originaria del divieto. Ciò perché è passato moltissimo tempo, le condizioni socio-economiche sono nel frattempo cambiate e, soprattutto, la religione ha ottenuto il risultato previsto: spostare l'attenzione del credente dal motivo al divieto, cancellando completamente il primo a vantaggio del secondo.

Navigando sul Web, è facile imbattersi in forum in cui persone di diverse religioni e culture dibattono il tema del divieto di mangiare carne suina. Ne esce una spiegazione principe: Dio ha vietato di cibarsi di carne di maiale per motivi igienici. Il maiale sarebbe un animale sporco, immondo, abituato a nutrirsi di feci, portatore di pericolose malattie come la trichinellosi (una malattia generata da un verme parassita, la Trichinella). In subordine, altra causa del divieto è vista nel contenuto di grassi della carne suina, che sarebbe stata difficile da conservare e da assimilare nelle condizioni climatiche dei paesi mediorientali in cui nacque e si diffuse il tabù religioso.

Nessuna delle due spiegazioni regge ad una seria critica, che evito per ragioni di brevità. La spiegazione vera del divieto è un'altra e bisogna ricorrere all'etnologia e all'antropologia per conoscerla. Ha a che fare con il contrasto violento, risalente a migliaia di anni fa, tra le prime comunità di agricoltori stanziali e quelle di pastori nomadi. Lo spiega Desmond Morris nel già citato Noi e gli animali (pag. 93-94):
Gli animali non erano gli unici razziatori attratti dagli insediamenti agricoli. Arrivarono tribù nomadi a rubare gli animali domestici che trovarono così comodamente rinchiusi nei recinti, il che portò a una curiosa scissione: gli animali che potevano essere raccolti in branco e sospinti da un luogo all'altro divennero il bestiame tipico dei popoli che praticavano la pastorizia, mentre quelli che era difficile spostare furono associati agli agricoltori sedentari. I bovini, le pecore e le capre si potevano spingere dove si voleva, ma i maiali no e vennero odiati dai pastori come simbolo dei loro nemici, gli agricoltori sedentari. Le civiltà che successivamente si svilupparono dalle tribù pastorali nomadi di conseguenza odiarono la carne suina, e i popoli semitici - Ebrei e Musulmani - che discendevano dalle antiche tribù di pastori nomadi la evitano tuttora. Oggi è d'uso fornire una motivazione sanitaria per rifiutarla, ma è solo la razionalizzazione moderna di una antichissima ostilità fra nomadi e sedentari.
Il divieto di mangiare carne di maiale nasce da ragioni climatiche ed economiche: il maiale è onnivoro e ha bisogno di rinfrescarsi con abbondante acqua. Ciò ne faceva un pericoloso concorrente per l'uomo, in regioni desertiche dove scarseggiavano cibo e acqua e dove l'economia era basata principalmente sulla pastorizia nomade. Studi archeologici testimoniano che in epoche precedenti alla diffusione dell'ebraismo e dell'islam i maiali erano allevati e mangiati anche in quelle zone in cui poi il cibarsi di carne suina divenne tabù. L'insorgere dell'odio per il maiale e la sua carne è stato associato al progressivo depauperamento delle risorse forestali e idriche di quelle regioni, a poco a poco divenute sempre più desertiche. Il tabù religioso ebbe dunque facile gioco a diffondersi, avendo già rinunciato quelle popolazioni, per ragioni economiche, ad allevare il maiale e a cibarsene.

Tutto questo discorso non è erudizione fine a se stessa, ma tende a uno scopo: rendere evidente per mezzo di esempi la potenza dei tabù religiosi sulla psiche umana. In condizioni di vita semplici e tribali, il tabù religioso può avere in certi casi una valenza positiva: se la proibizione è socialmente utile, il fatto che un divieto sia interiorizzato dai membri di una comunità sotto forma di tabù rende più semplice e capillare la sua applicazione. Ognuno diventa infatti giudice di se stesso e la pubblica riprovazione verso i trasgressori, al di là delle pene di legge vere e proprie, è già un deterrente sufficiente a sconsigliare le violazioni.

Tuttavia, in una società desacralizzata e tecnologica come quella odierna, la sopravvivenza di un tabù come quello di mangiare carne di maiale - indipendentemente dalla maggiore o minore utilità economica o sanitaria della sua osservanza - suona come un residuo del passato. Pone le persone di fronte all'obbligo di rispettare un comandamento che non ha una spiegazione chiara e razionale, ma serve soprattutto per misurare la fede religiosa del credente, come ha spiegato bene un partecipante a una discussione sul web dedicata a questo argomento:
Nel Corano non sono indicate "regole di buona salute", come se fosse l'almanacco di suor Germana. Sono fornite prescrizioni sacre. Tutto quello che si può dire, è che quelle prescrizioni inviolabili - dettate direttamente da Dio - potrebbero avere un'origine legata all'igiene e alla salute in particolari contesti. Ma ciò non le rende meno sacre e indiscutibili.
Questo è il punto centrale della questione, e riguarda ogni tabù religioso. La mia idea - ovviamente inaccettabile per i religiosi, me ne rendo conto - è che le religioni siano fenomeni umani, non divini. Come ogni cosa umana, nascono, si sviluppano, dominano per un certo periodo, tramontano e muoiono, sostituite da altre religioni, idee, credenze, miti popolari. Se così non fosse, saremmo oggi tutti ancora animisti o, tutt'al più, in quanto occidentali, seguaci di Zeus, Ares, Era e Afrodite.

Ciò premesso, la domanda è: in un mondo sempre più globalizzato, in cui le risorse cominciano a scarseggiare, la ricchezza è distribuita malissimo, i popoli si spostano in migrazioni epocali dal Sud al Nord del Mondo, la tecnologia consente anche ai poveri di disporre di armi a dir poco micidiali, in un contesto simile, dicevo, possiamo ancora permetterci che le persone agiscano sulla base di comandamenti religiosi, le cui motivazioni originali si perdono nella notte dei tempi e le cui prescrizioni paiono oggi quanto meno irrazionali, inutili e pericolose?

Non mi riferisco certo al divieto di mangiare carne di maiale che, tutto sommato, è questione che non crea, almeno per ora, attriti sociali insanabili tra i popoli che le migrazioni recenti hanno messo a stretto contatto. Mi riferisco, invece, a questioni su cui il sentimento religioso può scatenare guerre sante e meno sante: per esempio, il divieto islamico (ma anche dell'ebraismo) di venerare idoli della divinità, che ha portato qualche anno fa a seri incidenti in viarie parti del mondo, seguiti alla pubblicazione di vignette giudicate blasfeme su un giornale danese. Oppure le questioni legate al rapporto tra i sessi (uso del velo e di altre coperture femminili, segregazione delle donne, divieto di votare, di studiare, di guidare l'automobile, di uscire da sole, di avere rapporti sentimentali o di amicizia al di fuori delle scelte imposte dai parenti ecc.), questioni a base religiosa che creano già oggi gravi tensioni sociali e terribili tragedie familiari.

La mia risposta, non c'è dubbio, è che la religione non dovrebbe più guidare i comportamenti sociali degli uomini, almeno non fino al punto da rendere inaccettabili, e perciò degni di essere violentemente repressi, i comportamenti di chi la pensa - e agisce - secondo altre ragioni, che o non sono religiose o appartengono a una religione differente.

Tuttavia sono ben consapevole che le religioni sono fenomeni sociali estremamente potenti: regolano - o regolavano - il rapporto dell'uomo con il sacro e da ciò discende un radicamento culturale fortissimo, che informa di sé la personalità, i comportamenti e le scelte di milioni di esseri umani. Insomma, so bene che chi è stato educato nel rispetto di una certa tradizione religiosa, non si alzerà improvvisamente una mattina disposto a ignorare i dettami della sua tradizione e magari a tendere la mano a chi è visto come un nemico (talvolta a ragione, vedi i comportamenti dell'insulso Calderoli).

Penso che i cambiamenti nell'atteggiamento verso la religione debbano essere necessariamente lenti e, soprattutto, largamente condivisi all'interno di una comunità. E tuttavia da qualche parte devono pur cominciare. E non possono cominciare -  io credo - se, da un lato, il credente non inizia a sentire la tradizione religiosa in cui è stato educato come una sorta di camicia di forza di cui vorrebbe liberarsi (il che ne fa un individuo in bilico, non più un credente in senso stretto), dall'altro non vengono rese disponibili informazioni di vario tipo, che permettano alle persone di ripensare la religione come un fenomeno storico e il tabù come un fatto antropologico. Nel suo piccolo, questo articolo ha esattemente questo scopo: fornire un appiglio di informazioni e di idee a chi desidera cominciare ad affrontare la religione come un fenomeno umano, storico, sociale e non più come rapporto incondizionato con il "divino".

Ultima precisazione. Il sacro è un elemento fondamentale dell'esperienza umana. Non possiamo cancellarlo dalle nostre vite senza in qualche modo perdere l'equilibrio e, per certi versi, la nostra stessa umanità. Le religioni però invecchiano e io sono fortemente convinto che le religioni più diffuse abbiano oggi ben poco a che fare con il sacro e siano piuttosto come pelli di serpente morte: involucri che appesantiscono la vita delle persone, di cui sarebbe meglio liberarsi, e in fretta, per crescere e aprirsi a nuove dimensioni di spiritualità interiore e di rapporto con gli altri e la natura.

Non so se nascerà una nuova religione universale o se l'uomo del futuro potrà farne a meno. Quel che mi sembra assolutamente necessario è liberare l'umanità contemporanea da quel veleno della mente che, ancora oggi, è in grado di produrre guerre di religione e di seminare morte, distruzione e povertà, servendosi del fanatismo di individui appositamente indottrinati. Le guerre di religione, come tutte le guerre del resto, convengono solo ai ricchi, abituati da sempre a usare l'ignoranza e la dipendenza economica dei poveri per avere docili eserciti di combattenti al proprio servizio.

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